I piatti più piccanti della cucina tatara

da Paola Paroglio riceviamo e, volentieri, pubblichiamo la recensione de:

tatara

“I PIATTI PIU’ PICCANTI DELLA CUCINA TATARA” 

di  ALINA BRONSKY

Un romanzo esilarante e appassionante, di quelli che non riesci a mollare un po’ perché vuoi vedere quello che succede nella pagina dopo, un po’ perché staccarsi dalla protagonista è un dispiacere.

Sono narrate con grande leggerezza e senza mai cadere nel grottesco vicende anche turpi e dolorose, fa ridere e  pensare. La voce narrante,  è quella di Rosalinda detta Rosa, donna di origine tatara che vive nell’Unione Sovietica senza vantarsi delle proprie radici etniche, anzi. Parla russo perfettamente, è bellissima e ha classe da vendere, sa sempre che cosa fare e soprattutto quello che devono fare gli altri.

Tutte queste notizie ovviamente le veniamo a sapere da lei, che di tutto può essere accusata tranne di avere dubbi. Ha un marito, anche lui tataro russizzato, di cui non tiene alcun conto; una figlia diciassettenne, Sulfja, brutta, sbilenca,tonta e conciliante. Ha una nipote di cui si impossessa.     Il lettore è acchiappato con la certezza che, pagina dopo pagina, incontrerà continue sorprese. Rosa è una voce narrante di granitica sicurezza e totale inaffidabilità. La vita è dura nel 1978 in una cittadina sovietica di provincia, ma lei sa, senz’ombra di dubbio, di conoscere i suoi famigliari meglio di come si conoscono loro stessi, di essere in grado di manovrarne i destini risolvendo qualsiasi situazione e trovando una soluzione per qualsiasi problema: infine, di avere un gusto infallibile. La fine dell’URSS porta miseria e instabilità sociale, ma Rosa riesce a manipolare anche un inquietante tedesco che invita le tre donne in Germania, dove la sua instancabile lotta continua, adattandosi alla nuova situazione. I disastri che causa non la toccano, non li vede.

Il piacere di questa lettura deriva in primo luogo dalla ricostruzione dei fatti che si opera nella nostra mente, nel confronto tra il punto di vista di Rosa e il nostro, tra il suo pensiero positivo privo di debolezze e le macerie dei suoi rapporti affettivi, poi dall’ammirazione sconfinata che questo personaggio suscita, il rigenerarsi dopo ogni batosta incurante del mondo che la circonda, dalla ricostruzione dall’interno della vita negli ultimi anni dell’Unione Sovietica, dei mille stratagemmi e delle mille strategie di sopravvivenza messi in atto dagli strenui abitanti.

La narrazione procede a passo di carica come la vita di Rosa. Tutto il romanzo è disseminato di piccole osservazioni, particolari, parole sfuggite alla protagonista quasi per caso, che ne disegnano l’umanità, di modo che alla fine le perdoniamo tutti i difetti (e non sono pochi né veniali) che ha. Al suo confronto gli altri personaggi,  impallidiscono, ma il loro spessore risalta proprio dalla distorsione delle parole di Rosa.

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Alina Bronsky, classe 1978, russa del versante asiatico degli Urali, trapiantata in Germania dall’età di tredici anni, madre di tre figli e medico mancato (si è ritirata dall’Università di Medicina e ha cominciato a lavorare come copywriter pubblicitario e redattrice per un quotidiano), vive a Francoforte, ma ha mantenuto saldi legami coi nonni siberiani, ed è un’autrice di narrativa contemporanea per adolescenti o a essi legata.

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Certamente leggerò La vendetta di Sasha, il suo debutto letterario pubblicato nel 2010 da e/o.